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D.O.C. di Daniela Robecchi

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Il futuro dell’informazione

L'anno scorso qualsiasi giornale dedicava un editoriale, un articolo, un approfondimento al tema della crisi economica. Oggi nel 2010, e in parte sul finire del 2009, il dibattito è incentrato sul futuro dell'informazione, su come sta cambiando il mestiere del giornalista e sulla rivoluzione del ''citizen journalism''.
Il crollo delle vendite, la crisi del mondo dell'editoria, il lettore, che grazie a internet,  ai siti di informazione come ''YouReporter'' non è più solo fruitore ma possibile autore di un articolo, stanno avviando una piccola rivoluzione all'interno del mondo dell'informazione.
Di recente la protesta verde iraniana e il terremoto di Haiti hanno posto l'accento sul giornalismo che viene dal basso; internet è stato fondamentale per sapere che cosa stava realmente accadendo in Iran, dove non esiste libertà di stampa, e da Haiti sono arrivate numerose testimonianze dirette da parte dei cittadini coinvolti.
Ci si è chiesti se sia giusto pagare per avere l'informazione, quando ormai chiunque può far notizia.
I lettori sono sempre più orientati a ricercare le informazioni in rete.
La tempestività, i continui aggiornamenti, la possibilità di poter approfondire solo ciò che si vuole, e magari dire la propria, sembra aver avviato una profonda crisi della vendita in forma cartacea dei giornali.
A mio modesto avviso, forse, chissà, tra qualche anno la carta stampata scomparirà, ma a me mancherà quel piacere intrinseco della carta tra le mani, dello sfogliare le pagine del giornale, del sedersi al tavolo del bar leggendo gli articoli scritti, mentre con l'altra mano bevo il mio tè e mangio il cornetto.
Intanto per capire quali siano le possibili direzioni che si potrebbero prendere, e che cosa sta succedendo nel mondo dell'informazione, ho posto qualche domanda a Luca Bersaglia, docente del corso di Economics of New Media alla facoltà di Economia dell'Università di Bologna.



''Credi che l'istituzione giornale sia destinata a morire?''

''Secondo il mio parere, l'istituzione giornale non rischia di sparire, in forma cartacea forse sì, il ruolo del giornalista rimarrà sempre molto importante, anche se cambierà e sta cambiando, così come la forma giornale, basti pensare al New York Times che si definisce non più ''newspaper'' ma ''newsorganization'', non più solo contenitore cartaceo di informazioni ma piattaforma multimediale.
Oltre agli articoli ci sono i contenuti extra: i forum, i commenti, i blog dei vari giornalisti e a volte i video reportage.
E' cambiata la forma del giornale, in più il lettore non è più passivo, può direttamente intervenire commentando le news e eventualmente può anche modificare la notizia.
Da una struttura molto rigida, mono-direzionale,  si è passati a una formula di interscambio tra utente e giornalista.
Il ruolo del giornalista non perde d'importanza; ricordando un recente articolo apparso sulla stampa, che si intitolava ''Haiti e il citizen journalism, la differenza tra Twitter e i reportage del nostro inviato a Port au Prince'', in cui si sottolineava la differenza tra notizia e testimonianza, non si deve pensare che se una persona, che si trova in un luogo dove succede qualcosa di rilevante, prende il telefonino dalla propria tasca  e si mette a filmare, sia un reporter.
La notizia deve essere verificata, approfondita e comunicata in maniera professionale.''



''Quali sono a tuo avviso i pro e i contro del giornalismo partecipativo?''

''I pro sono di aver abbassato le barriere all'ingresso di quella che era una professione elitaria, soprattutto in Italia, di poter avere più voci sulla stessa notizia, poterla confermare o confutare, quindi un giornalismo meno filtrato rispetto alla norma, sicuramente più democratico.
Tra i contro del Citizen journalism, soprattutto l'attendibilità di chi scrive che non è sempre verificabile.
E'  vero che è aperto a tutti, ma rischia di creare molta confusione nella persona, troppe informazioni e poche strutture per filtrare.
E' vero che ha abbassato le barriere per chi vuole scrivere ma è anche peggiorata la qualità nello scrivere.
Non vorrei che questo abituarsi al giornalismo che viene dal basso portasse a un abbassamento della soglia critica del lettore e a una eccessiva semplificazione degli argomenti, insomma, che conducesse alla volgarizzazione della notizia e al suo impoverimento.''
 


''Quali credi saranno le scelte che farà il mondo dell'editoria alla luce delle trasformazioni che la rete sta imponendo ?''

''Il mondo dell'editoria non deve fare lo stesso errore che fece il settore musicale quando ci fu l'avvento di Napster, uno dei primi siti dove era possibile scaricare i file mp3 senza pagare.
Le Case Discografiche e molti artisti si chiusero dichiarando guerra a questi siti, spendendo un sacco di soldi per investire in software anti-pirateria invece di capire e cercare di volgere a proprio favore le evoluzioni della rete.
Oggigiorno credo che il mondo dell'editoria stia invece affrontando il cambiamento parlandone e questo grande dibattito a cui stiamo assistendo negli ultimi mesi è sicuramente di aiuto.
Si cerca di comprendere come arrivare a un buon modello di business per la stampa  alla luce dei cambiamenti in atto, ad esempio la battaglia Free contro Pay.
Tra le varie voci a favore del pagamento dei siti on-line ricordiamo quella di Murdoch e quella di Bill Keller, direttore del ''New York Times'', mentre tra quelli contro, quella di Alan Rusbridger, direttore del ''The Guardian''.
Murdoch rimarca che il servizio dei ricavi pubblicitari per i quotidiani on-line non è sufficiente a coprirne le spese e a guadagnarci.
Quindi opta e invita a trovare un modo per far pagare agli utenti i servizi offerti:  articoli, approfondimenti, inchieste che necessitano di danaro per poter essere svolte.
A mio avviso però Murdoch non tiene in considerazione alcuni fattori come le differenze tra i vari giornali. Quelli più specialistici possono richiedere una forma di pagamento, tipo il Financial Times, che si occupa di economia, perché si rivolge a a una clientela di professionisti del settore, mentre per altri tipi di giornali, come quelli più generali che si occupano di news, richiedere una forma di pagamento risulta sconveniente.
Nel 2007 il New York Times aveva già provato a mettere il proprio sito a pagamento, ma la cosa non funzionò.
Ancora oggi il New York Times pensa di riprovarci ma ancora non sa bene in che forma e in quali tempi.
Si pensa a micro versamenti riservati a utenti abituali del sito, mentre per gli occasionali rimarrebbe gratuito.
Ma questa è solo un'ipotesi avanzata dal direttore del New York Times, che preferisce procedere con calma per capire quale sia la migliore strada da seguire.
Dall'altra parte della barricata la voce del direttore del Guardian, che sostiene la necessità di mantenere il servizio on-line free.
Tra i vari punti enunciati a sostegno della sua scelta vi sono le conseguenze della paura causata della  crisi economica. Infatti, fino al 2008 l'investimento pubblicitario era stato in continua crescita mentre nel 2009 si era registrata una contrazione degli introiti pubblicitari a causa della recessione. Nel futuro, con l'economia in ripresa questo discorso non sarà più valido.
Un altro punto che ci sottolinea è l'apertura contro la chiusura dell'informazione.
Far accedere alle notizie solo chi paga va contro la natura stessa del giornalismo, l'interazione da parte dell'utente apre la notizia ad arricchimenti.
Il livello di approfondimento con questo sistema può solo che crescere, se non si permettesse la libera fruizione andrebbe a scapito dell'informazione stessa.
Ora non so dire quale sia la via da seguire, ma credo che la formula free,  considerando l'andamento attuale delle cose, risulterà vincente.
E poi non dimentichiamoci che lo strumento internet è fisiologicamente accessibile a tutti.
Per gli editori credo sia importante, non tanto focalizzarsi sulla più corretta strategia commerciale per vendere il loro prodotto, bensì differenziarsi in termini di qualità rispetto alle miriade di informazioni presenti sulla rete.''

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bo